Il termine Hikikomori per la prima volta è stato utilizzato nel 1985 da uno psichiatra giapponese Tomita Fuliya e 13 anni dopo da Saitō Tamaki, direttore del Dipartimento Psichiatrico dell’Ospedale di Chiba che, basandosi sulla propria esperienza clinica con i soggetti giovani che giungevano al servizio sanitario nazionale e alle strutture private convenzionate, scrisse il primo libro sul fenomeno del ritiro sociale tra gli adolescenti giapponesi. Il termine “hikikomori” deriva dalle parole giapponesi “hiku”: tirare e “komoru”: ritirarsi, e venne tradotto dallo stesso Saitō in Inglese in “social withdrawal”; letteralmente significa “stare in disparte”, “isolarsi”, “scomparire”, proprio per delineare questa volontà di segregazione e solitudine. In Italiano viene generalmente adottato il termine “Ritiro Sociale” per descrivere un sintomo psicopatologico comune a diverse condizioni cliniche di bambini, adolescenti e adulti.
Criteri per la definizione del sintomo/condizione clinica:
A livello clinico è diagnosticabile in soggetti che si sono isolati socialmente per almeno sei mesi, vivendo un ritiro scolastico e/o lavorativo, con nessun tipo di relazione al di fuori della famiglia. Il periodo medio di “autoreclusione” è di circa 39 mesi, con una variabilità da pochi mesi a diversi anni. Poiché questo fenomeno si è allargato considerevolmente acquistando un significato e un peso sociale importante.
Il Governo giapponese, nel 2013, ha delineato alcuni criteri diagnostici specifici che descrivevano, portando alla luce, le caratteristiche degli Hikikomori:
- Hikikomori non è una sindrome.
- Il completo ritiro sociale deve superare i sei mesi.
- Presenza di rifiuto delle attività scolastiche e/o lavorative.
- Non deve esserci alcuna diagnosi di ritardo mentale o malattie psichiatriche
prima dell’insorgenza del ritiro sociale. - Si escludono i soggetti che conservano contatti con la società pur non
partecipando alla scuola o al lavoro.
Ciò che emerge dai criteri delineati dal governo giapponese è che l’isolamento sociale non viene considerato una patologia. Dopo questo diverso approccio, la situazione degli Hikikomori giapponesi e delle loro famiglie pur non risolvendosi, migliorò.
In Giappone i primi Hikikomori venivano trattati come pazienti psichiatrici e di conseguenza curati esclusivamente con psicofarmaci senza riconoscere le motivazioni psicologiche dell’isolamento. In questo modo il numero di soggetti che sceglievano di ritirarsi dalla vita sociale e rinchiudersi nella propria stanza, aumentò in modo significativo. Le famiglie di questi giovani, preoccupate per la loro immagine sociale, nascondevano la situazione di disagio dei loro figli per un grande senso di vergogna, e lo stesso comportamento veniva attuato dal governo giapponese. In Europa la situazione culturale è certamente diversa. L’approccio alla sofferenza psicologica in Europa è più individualista.
In Italia è stato inizialmente identificato come un problema di dispersione scolastica. In accordo con la nostra cultura che è molto orientata alla prestazione. La fuga dalle aspettative sociali si evidenzia inizialmente nel confronto con i pari. La percentuale di comorbilità con il Gaming Disorder (ICD 11) è significativa. Lo strutturarsi di una una dipendenza, inclusa quella da videogames, può essere considerato secondaria, una conseguenza del ritiro piuttosto che la causa.
La condizione di autoreclusione è considerata patologica quando l’isolamento è secondario ad un disturbo mentale, cioè può essere inteso come conseguenza di alcuni disturbi psichiatrici appartenenti alle categorie diagnostiche dell’ICD-11 ( Organizzazione Mondiale della Sanità, 1002) e del DSM 5-TR (APA, 2022), tra cui:
- disturbi della personalità
- disturbi dell’umore
- disturbi di ansia
- disturbo ossessivo-compulsivo
Molti adolescenti o giovani adulti si sono trovati a fare i conti con idee grandiose rispetto al proprio Sè, con aspettative imponenti, con l’idea di essere dei bambini speciali e hanno avuto grandi difficoltà ad accettare le loro caratteristiche reali, umane e in quanto tali limitate.
Di fronte agli ideali di perfezione che vengono ulteriormente sottolineati dai mass-media i ragazzi fragili, con poca autostima si sentono terribilmente inadeguati. Se l’idealizzazione è troppo elevata infatti non basta più essere carini o un pò sopra le righe, occorre essere perfetti e ogni valutazione che non corrisponde alla perfezione si traduce in bruttezza (Spiniello, Piotti, Comazzi).
Il senso di inadeguatezza spesso porta ad una sorta di fobia sociale e quindi quale strada migliore per nascondere il proprio corpo dallo sguardo degli altri percepiti come criticanti se non quello di rinchiuderlo in un angusto spazio, considerato ormai l’unica ancora di salvataggio? Il pensiero disfunzionale che si cela dietro, considera l’aspetto esteriore perennemente inadeguato e porta così a stati di ansia sociale che a loro volta si traducano in ritiro sociale e auto-esclusione.
Il conflitto sociale è spesso latente, non viene apertamente riconosciuto, con i suoi sentimenti di rabbia, delusione, rivincita. Lo stesso vale per il conflitto familiare, talvolta aperto ed esplosivo, ma più spesso basato su strategie di evitamento.
La psicoterapia è il trattamento di elezione, in un approccio multidisciplinare. Sono presenti numerosi progetti scolastici, regionali, nazionali, osservatori e la formazione degli operatori è continua. Però, l’evoluzione è legata al tempo, sono situazioni che necessitano di una presa in carico psicoterapeutica duratura, solitamente non si risolvono in una consultazione di 8-10 incontri, ma più spesso è necessario qualche anno di terapia. L’avvio della terapia non è facile e bisogna nel contempo lavorare sulle condizioni di mantenimento del sintomo. L’andamento è discontinuo e il lavoro con la famiglia rappresenta un fattore rilevante.




